…un capitolo

…un capitolo

 

 

OLIMPIADE

Si racconta che Filippo, iniziato a Samotracia insieme con Olimpiade, quando egli era ancora un giovinetto ed essa una giovane orfana, se ne innamorò, ottenne il consenso di Aribba, suo zio, e si unì a lei in matrimonio.

Plutarco, Vita di Alessandro, 2,2

“Due colombe nere vennero volando da Tebe in Egitto, una in Libia e una a Dodona; quest’ultima si sistemò su una quercia e da lassù, parlando il linguaggio umano, dichiarò che il luogo di divinazione per Zeus dovesse essere lì; il popolo di Dodona capì che il messaggio era di natura divina, e stabilì quindi l’oracolo.

Questa è la storia raccontata dalle Sacerdotesse di Dodona, la più anziana delle quali era Promeneia, poi veniva Timarete e la più giovane era Nicandra.”

Erodoto, Storie, libro II, 54/57

 

 

“Olimpiade,” Iniziò Myrhiam, “Visse alcuni secoli or sono ed era figlia del re dell’Epiro, una terra non lontana da qui e siccome rimase orfana in giovane età, fu deciso di inviarla al tempio sacro di Dodona, perché diventasse sacerdotessa.

Dodona era un antichissimo tempio oracolare situato nell’Epiro, ai piedi del monte Tomaro e insieme a Delfi era il più conosciuto e famoso della Grecia. I responsi venivano elargiti da sacerdoti chiamati Selloi e da sacerdotesse chiamate Pleiadi, che significa “colombe”, che interpretavano i “segni”: i fruscii che emanavano le foglie della Quercia Sacra o osservando il volo delle colombe, anch’esse sacre, o ascoltando il suono dei bronzi. I Selloi, per onorare la Madre Terra, madre degli oracoli, dormivano sotto la Quercia Sacra, sulla nuda terra e come re-gola rituale, in suo onore, non potevano assolutamente mai lavarsi i piedi.

Le richieste venivano scritte su laminette di piombo e arrivavano da persone appartenenti a ogni ceto sociale: contadini, pastori, scribi, mercanti. Le domande più frequenti riguardavano la salute o gli affari, ma poteva anche accadere che pervenissero richieste da intere comunità cittadine che chiedevano, per esempio, a quale degli Dei bisognasse sacrificare o rivolgere preghiere per il benessere della città.

Quando Olimpiade giunse a Dodona per sottoporsi alla disciplina sacerdotale, aveva poco più della tua età, circa dodici anni, ma dimostrava già in ogni momento il suo forte carattere, la sua enorme volontà e la sua voglia di superare ogni limite, atteggiamento che trasmise in seguito al figlio. Anche la notizia della morte di entrambi i genitori non la fece desistere dai suoi intenti e, superato il grande dolore, continuò imperterrita, con impegno e grande fervore religioso, il suo percorso spirituale. Qualche tempo dopo venne colpita dal fatto che la Grande Madre venerata a Dodona era raffigurata su alcune monete con accanto un serpente e quindi volle approfondire questo legame, incominciando ad interessarsi ad essi e ad osservarli e studiarli. Chiese e ottenne il permesso di tenerli per poter imparare ad addomesticarli.

“Scusami” la interruppe Marthyna “Ma quando sarò un po’ più grande, potrò anch’io imparare ad addomesticarli?”

“Questo lo chiederemo ai tuoi genitori, ma secondo me, è una cosa che si potrà fare.” Rispose Myrhiam, che era ormai certa che la nipote fosse la reincarnazione dell’antica principessa.

“Ci spero proprio con tutto il cuore, ma continua a raccontare.” Disse ancora Marthyna, felice della risposta avuta.

“Quindi, stavo dicendo, Olimpiade volle imparare ad addomesticare i serpenti e quando le venne dato il titolo di sacerdotessa di Dioniso, era diventata talmente brava che durante i tiasi, le feste dionisiache, li portava con sé in mano, o avvolti intorno al corpo o racchiusi in ceste, diventando sicuramente la più ammirata e seguita durante le processioni, spaventando naturalmente anche molti fedeli.”

“Sì, chissà che spavento per chi non se lo aspettava, mi viene da ridere a pensarci.” Disse sorridendo Marthyna.

“In seguito diventò un rapporto talmente simbiotico e importante che amava tenerli con sé addirittura nel suo letto, durante la notte, mentre dormiva. Giunse poi purtroppo il momento di lasciare il Tempio di Dodona, perché era troppo vicino al confine con l’Illiria e c’era il grosso pericolo di un attacco da parte di alcune tribù locali, che mettevano a rischio il santuario e quindi anche la sua incolumità. Con la morte nel cuore salutò tutte le consorelle e le sacerdotesse che l’ave-vano accompagnata in questa prima parte del cammino e si avviò con una scorta incaricata da suo zio Aribba, attraverso le terre prima e il mare poi, verso il luogo lontano, dove lo zio, divenuto suo tutore, aveva deciso di inviarla; un luogo più sicuro, ma con lo stesso alone di sacralità ed importanza.”

“Qui a Samotracia” intervenne Marthyna.

“Sì esatto. Quando giunse fu accolta con grandi onori: il suo sangue reale e i doni che la sua famiglia aveva fatto nel tempo al santuario e soprattutto il suo ruolo di Sacerdotessa la aiutarono molto ad avere un impatto più tranquillo qui sull’Isola. Le piaceva molto passeggiare lungo i sentieri in mezzo ai boschi, soprattutto nella valle di Phonias, dove il torrente scende fiancheggiato da enormi platani. Ogni tanto si fermava a fare il bagno nei piccoli laghetti o a farsi massaggiare e rinfrescare dall’acqua sotto le cascate, proprio come piace a te. Ma più di ogni altra cosa le piaceva osservare le bellissime e numerose libellule colorate di blu e turchese, che sembravano danzare e giocare volteggiandole continuamente attorno. Olimpiade conobbe e venerò la Grande Madre e i Cabiri che qui veneriamo ed era affascinata e si faceva raccontare dei miti legati all’Isola.”

“Me ne accenni uno, per favore?” Chiese Marthyna.

“Per esempio, il mito di Cadmo e Armonia, lui un eroe umano, ma con attitudini divine, che non possedeva armi se non la forza del suo pensiero e lei una Dea, figlia di Afrodite e Ares, che qui si incontrarono e durante le loro nozze, gli Dei, per l’ultima volta, scesero dall’Olimpo per banchettare con l’umano.”

“Sì, è bellissimo!” La interruppe Marthyna,

“Ora, però, finisci la storia di Olimpiade? Poi la prossima volta mi racconterai questo.”

Myrhiam continuò: “Vide anche lei il tempio alla Grande Madre antica, situato in alto sui monti, dove siamo andate non molto tempo fa, da dove, se ricordi, si vede l’isola di Tassos e la penisola del monte Athos, già allora popolata di eremiti. Giunse poi il tempo di essere iniziata ai misteri dei Cabiri ed ebbe quindi in dono la fascia purpurea e l’anello magnetizzato, simbolo del legame indissolubile con loro e capì che la sua intima natura, la sua anima, era della stessa essenza, era una cosa sola con gli Dei.

Gli impegni rituali scandivano il passaggio del tempo, finché un giorno il Sacerdote anziano convocò tutti per informarli di un fatto importante: Filippo, re degli Argeadi, aveva inviato tramite un vassallo, la richiesta di potersi recare sull’isola per ricevere la cerimonia di iniziazione. Era ancora giovane, ma già molto conosciuto per le sue imprese e per il suo coraggio, dimostrato in battaglia e quindi tutti sull’Isola aspettavano con ansia il suo arrivo.

Quando dopo poco tempo, le navi che accompagnavano Filippo giunsero, con una magnifica manovra, una dopo l’altra, attraccarono al molo situato nel porto vicino al tempio. Lui sbarcò, vestito in splendidi abiti regali e fu ricevuto con tutti gli onori e accompagnato al santuario. Fu organizzata una festa di benvenuto e durante la processione eseguita in suo onore, il suo sguardo fu subito attratto dalla bellezza di Olimpiade: stupenda nella sua lunga tunica azzurra, tenuta stretta in vita da una fascia su cui scendevano i lunghi capelli appena nascosti dal velo e avanzava con un incedere che faceva trasparire immediatamente la sua discendenza reale.

Filippo, sempre molto impulsivo e anche un po’ rozzo, volle subito avvicinarsi per conoscerla, ma di colpo, quando era vicinissimo a lei, lui, che non sapeva cosa fosse la paura, lui che non si era mai fermato in battaglia davanti a niente e nessuno, di colpo si bloccò, come impietrito, non sapendo assolutamente come comportarsi, come agire. Per la prima volta nella sua vita il terrore prese il sopravvento su di lui e persino il suo cuore per un attimo cessò di battere.

Certo la bellezza e gli occhi stupendi di lei favorirono il suo turba-mento, ma più di ogni altra cosa, furono quattro occhi, che a pochissima distanza dal suo viso, si frapposero tra di loro, pronti a tutto pur di difenderla. Erano gli occhi dei due serpenti che lei teneva arrotolati al suo braccio, che, spaventati dall’irruenza di Filippo, si erano erti in sua difesa, con un atteggiamento tutt’altro che amichevole”.

“Era rimasto immobile come le statue al tempio?” chiese Marthyna, mimando anch’essa l’immobilità di una statua.

“Penso proprio di sì” Rispose Myrhiam, “Ma, superato questo piccolo disguido si conobbero e si innamorarono. In seguito decisero di unirsi in matrimonio e, nonostante la loro vita insieme sia stata molto travagliata e difficile, a causa del forte carattere di entrambi, da loro nacque uno degli uomini più importanti che visse sulla terra, e qual era il suo nome?”

“Alessandro Magno” rispose Marthyna e continuò “Mi piace sempre tanto questa storia. Quando la racconti, mi sembra quasi di averla già vissuta”.

“Lo so, piccola, lo so. Ti ho già raccontato che molte anime, sovente ritornano nei luoghi dove sono state felici. Ma ora scendiamo prima che ci diano per disperse e ci vengano a cercare. Guarda là, in basso sul sentiero, c’è Vetus con altri sacerdoti, che stanno uscendo dal santuario e vanno verso il mare…”